9 novembre 2010
Impresa sociale, ovvero come la strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni
Più si va avanti e più ci si rende conto che alcuni nuovi bisogni espressi da singoli e da comunità possono essere soddisfatti solo da “imprese sociali”. Alcune (anzi molte) nuove esperienze segnalano l’esigenza di un buon business, che è cosa diversa dal business etico, come cerco di spiegare.
Il buon business consente di immettere sul mercato dei prodotti e servizi a costi e modalità particolarmente accessibili, per fasce di popolazione che altrimenti non vengono servite o vengono servite male.
Un esempio preclaro è quello promosso dalla Fondazione Oltre, con gabinetti medici dove le soglie economiche d’ingresso sono particolarmente basse; ne ha parlato la Gabanelli in una delle ultime puntate di Report. Questo il sito della Fondazione e qui di seguito trovate la descrizione di uno dei servizi, giusto per capirne il senso
“Centro Yoni (Milano)
Fondazione Oltre ha promosso nel 2006 questo ambulatorio di ginecologia e ostetricia, rivolto sia a donne italiane che a donne immigrate. Le prestazioni sono di alta qualità sia rispetto al loro contenuto prettamente sanitario (le ginecologhe hanno lunga esperienza sia nel Pubblico che nel Privato) sia rispetto al contenuto relazionale (accoglienza della paziente, durata della visita, mediazione culturale gratuita per le donne straniere). Parallelamente, le tariffe sono accessibili”
Queste sono le pratiche del buon business.
Sono pratiche diverse dalla responsabilità sociale d’impresa, la quale prevede di realizzare business tradizionale ma di farlo responsabilmente, in modo sostenibile ecc. Ci possono essere certamente convergenze tra le due pratiche così come possono comunque vivere felicemente separate.
Una società che produce telefonini può comprendere l’importanza di studiare gli eventuali danni delle onde emesse dai suoi apparecchi, finanziare pertanto la ricerca, ridurre l’impatto ambientale dei prodotti, ridurne il packaging, ecc. Fin qui è responsabile, e ricordiamoci che essere responsabili vuol dire fare il proprio dovere! Quindi avere una politica di rapporti col consumatore che sia rispettosa delle sue istanze, intrattenere onesti rapporti con i fornitori, con la rete vendita ecc.
Se questa azienda intendesse creare una parte “sociale”, dovrebbe produrre modelli ipersemplici per chi ha disabilità fisiche, per gli anziani ecc. Questo è buon business, è impresa sociale.
Cosa ci si aspetta da un governo, da un legislatore?
Che si creino le vesti legali/fiscali atte a consentire che sia conveniente realizzare il buon business.
Cosa non deve fare il legislatore? Non deve farsi attrarre dalle sirene del populismo e richiedere che queste imprese siano senza scopo di lucro, che non vi sia possibilità di avere anche utili che possano essere divisi tra chi ha messo le risorse per sostenere il buon business.
Inoltre dovrebbe prevedere alcune agevolazioni fiscali e amministrative.
Ed infatti il legislatore italiano prevede – per quell’obbrobrio di legge sull’impresa sociale – che vi siano complicazioni burocratiche a non finire (bilancio sociale ecc) e nessuna – ripeto NESSUNA – agevolazione fiscale.
E quindi: nessuna agevolazione, né alleggerimento sul costo del lavoro; nessun minore adempimento, anzi ce ne sono di nuovi. Nessuna possibilità di dividere anche minimamente eventuali e sperabili profitti.
Bravo legislatore, hai fatto l’en-plein! E pensare che bastava tradurre certe pratiche inglesi, americane, francesi … Ad esempio bastava andare su wikipedia, proprio qui.
Carlo Mazzini


Scritto il 9-11-2010 alle ore 11:05
Come sono d’accordo…e quanto è importante parlare di economia sociale, di cooperazione, di imprenditoria “buona”
Scritto il 10-11-2010 alle ore 13:25
Caro Carlo,
come al solito chiedi troppo al legislatore italiano …forse, non ha letto Wikipedia per via dell’inglese … si richiede un’approfondita conoscenza della lingua straniera (… amara considerazione forse non del tutto balzana!).
Un saluto
Michelangelo
Scritto il 1-3-2011 alle ore 11:42
Ciao a tutti! sto preparando la tesi in diritto tributario, in particolare tratto l’elusione fiscale….art. 37- bis d.p.r 600/73…..nel primo capitolo devo disciplinare l’elusione fiscale dal punto di vista della dottrina e giurisprudenza, sto incontrando difficoltà in merito alla dottrina!non riesco a trovare niente, qualcuno potrebbe indicarmi testi, siti o articoli che potrebbero essermi di aiuto?…e poi ho una domanda: l’elusione è una forma di abuso del diritto?